sabato 6 aprile 2019

Nuova Europa

 

     C’era un tempo in cui poveri disgraziati in fuga dalla violenza fisica e dalla miseria salivano su imbarcazioni fatiscenti, stipati come polli in batteria, riponendo le loro anime nelle mani degli dei del mare.

A volte gli dei erano benevoli (ma non sempre) e li accompagnavano dolcemente fino alle coste, rimettendoli al volere degli dei della terra. Generalmente, i ministri degli interni.

Alla fine anche questi dei si dimostravano sufficientemente generosi, non senza prima aver mostrato la faccia cattiva. I poveri disgraziati potevano scendere e toccare con i piedi il sacro suolo europeo a lungo agognato.

Questa cosa andò avanti per un bel pezzo, provocando una netta divisione fra chi avrebbe voluto respingere o quanto meno non accogliere i poveri disgraziati (sia perché poveri, sia perché disgraziati, e fra le loro disgrazie c’era quella di avere la pelle molto più scura della nostra), e coloro i quali consideravano questo atteggiamento inumano, schierandosi per la soluzione evangelica delle porte aperte a tutti. 


Pareva una di quelle situazioni in cui nessuno, da ambo le parti, ha interesse a veder finire l’andirivieni di motoscafi e barconi, navi delle Ong, motovedette: i difensori della linea dura, infatti, traevano da ogni arrivo di profughi nuova linfa elettorale, rastrellando i voti di chi quei poveri disgraziati dalla pelle nera proprio non sopportava di vedere in giro per le strade della propria città. D’altra parte, i fautori dell’accoglienza non si lasciavano scappare occasione per additare i loro avversari come razzisti, fascisti, disumani, egoisti, cercando con ciò di accaparrarsi i voti dei più sensibili alle disgrazie altrui.


Poi, un bel giorno fu deciso che questo surreale gioco dovesse avere termine.

Poiché il gioco aveva inizio in Libia (anche se il cammino dei profughi cominciava da molto più lontano), come prima mossa fu occupata militarmente la costa mediterranea della Libia. Può sembrare una soluzione ardita o dal sapore coloniale d’altri tempi, ma fu possibile con il consenso e l’impegno di tutti i paesi europei e anche dell’Onu, sulla base del fatto che non si poteva lasciare in preda al caos un paese la cui capitale, Tripoli, dista appena 300 chilometri da Lampedusa, cioè dall’Italia, cioè dall’Europa. Questo costituiva infatti una minaccia per l’intero continente. C’erano poi le ragioni umanitarie, poiché era ormai acclarato che in Libia esistevano campi di detenzione dove i profughi venivano trattenuti con la forza, nonché seviziati e in alcuni casi uccisi.

Dunque, come in altri casi della Storia, bisognava intervenire.

Una volta normalizzata, con la forza delle armi, la situazione in Libia, potè iniziare a svilupparsi il grande progetto “Nuova Europa”. Un fiume di soldi attraversò il Mediterraneo, fondi provenienti dai paesi europei ma anche da Russia, Cina e Stati Uniti. Ovviamente, poiché nessuno fa niente per niente, tutti i pozzi petroliferi libici furono posti sotto il controllo dei paesi che partecipavano all’azione umanitaria, con licenza di sfruttamento.

L’idea che animava il progetto era che se quello che i migranti cercavano in Europa erano lavoro, civiltà, sicurezza, welfare, queste cose si sarebbero potute creare direttamente in Libia, facendo del paese una sorta di protettorato europeo. Il fine giustificava i mezzi.


In pochi anni, grazie agli ingenti fondi impiegati, una parte del territorio libico fu completamente trasformata: furono costruite case, strade, scuole, ospedali, fabbriche, uffici. Su quelle stesse coste desolate, anche se bellissime, dalle quali prima partivano i barconi e spadroneggiavano gli scafisti, ora sorgevano confortevoli resort e villaggi turistici.

Nel giro di una decina d’anni, il tenore di vita degli abitanti della “Nuova Europa” crebbe tanto da eguagliare quello di una regione del Meridione d’Italia. Al punto che, a un certo momento, si assistette a una inversione del fenomeno migratorio: erano i disoccupati di Calabria e Basilicata a imbarcarsi, regolarmente stavolta, per andare a cercare lavoro nella nuova terra promessa: la Libia.

Essendo la “Nuova Europa” un protettorato, poi, i suoi cittadini potevano imbarcarsi su navi regolari ed entrare legalmente in Italia, cioè in Europa, per turismo o per lavoro, in base a opportuni visti di ingresso.

Ora nessuno parlava più di profughi e di immigrazione o si permetteva di fare affermazioni razzistiche idiote. La ragione aveva finalmente prevalso sull’irrazionalità.

giovedì 28 marzo 2019

Ti ricordi?






          Ti ho aspettato per trentacinque anni, e ora sei qui, di fronte a me. Che importa se di anni ora ne ho settantacinque e la vita è tutta alle mie spalle. Sono felice così, perché alla fine ti ho ritrovata.
Ti ricordi del nostro primo incontro? Le mani quasi ti tremavano quando ti venni incontro dopo essere sceso da quel treno che mi aveva portato fino a te. A me tremavano le gambe, anche se non te l’ho mai detto. Ricordi la prima volta che la tua mano ha toccato la mia? Io ricordo ancora la prima volta che ho sentito la tua pelle, calda e morbida. Eri una  ragazza di ventisette anni, mentre io ne avevo già compiuti quaranta, anche se non li dimostravo. Insieme facevamo proprio una bella coppia. La tua testa, sovrastata da ciuffi disordinati di capelli biondi, arrivava alla mia spalla; solo di tanto ero più alto di te. Così, mi bastava chinare un poco il mento, per baciare i tuoi capelli. Un poco di più per baciare la tua bocca. E, dopo il primo bacio (ricordi? su quel letto, fra i tuoi disegni a matita sparsi fra le lenzuola...), quanti ce ne siamo dati? Un’enormità in un tempo troppo breve. Perché il tempo trascorso insieme fu inversamente proporzionale al sentimento che ci unì. O almeno, a quella sorta di follia amorosa che mi prese allora e che mi dura tuttora. Dopo trentacinque anni.
Un anno durò il nostro amore. Un amore fantasma, perché nessuno doveva saperne niente. Perché noi due ci eravamo innamorati in un universo parallelo, in cui esistevamo solo noi, in cui la realtà era come uno sfondo di cartone, una pantomima, un trucco cinematografico. Tanto desideravamo abbandonarci l’uno nelle braccia dell’altro che, per poterlo fare, avevamo trasportato il nostro amore su un altro pianeta, lontano da tutto e da tutti. Come due adolescenti incoscienti ed egoisti, come tutti gli amanti. Ogni tanto, però, in questi territori arrivava l’eco remota del mondo reale, con i suoi obblighi e le sue convenzioni, con i suoi doveri morali e materiali. E allora il sole si offuscava, comparivano nubi minacciose nel cielo e il nostro amore sembrava un tenero stelo indifeso, lasciato lì alla furia del vento e della pioggia. Un anno è durato il nostro amore, poi non ti ho più rivista, fino a oggi. Sono diventato vecchio e anche tu non sei più la ragazza dalla pelle morbida e calda che mi prese la mano fra la sua, toccando in quel momento il mio cuore come solo una ragazza innamorata può fare. Però sei ancora bella. Ti ricordi? Quante parole ci siamo scritti, quante ci siamo detti. Più parole che baci. Eppure le tue parole, il suono lieve della tua voce, erano per me come i baci, come le carezze. Quando eravamo lontani e dovevo rinunciare alla tua bocca e alle tue mani, avevo la compagnia delle tue parole. Il nostro amore segreto era il più grande e il più bello di tutti gli amori, proprio perché solo nostro, nascosto a tutti, inaccessibile. Chi avrebbe potuto minacciarlo, corromperlo, se nessuno poteva conoscerlo? Siamo stati bravi e forti a tenerlo nascosto, per il tempo che ci siamo riusciti, ma non è bastato... Poi tu ti facevi raggiungere dal rumore della vita reale, lasciavi che si sovrapponesse al concerto melodioso che stavamo suonando, incuranti di tutto. Dicevi: “Quanto potremo continuare così?”, e la tua voce nascondeva una pena indicibile e profonda. Perché chiedersi quanto, ti rispondevo io. Ti amavo come si ama l’acqua che ci mantiene vivi. Tu eri per me come un avvenimento unico, irripetibile, rivoluzionario, di fronte al quale tutto il resto dell’esistenza sfocava. Mi sono avvicinato a te lentamente, giorno per giorno, emozione dopo emozione. Mi hai conquistata con la tua inedita personalità. Prima ancora del tuo sorriso, mi sono innamorato dei tuoi pensieri. Quando ti ascoltavo, quando leggevo le parole che mi scrivevi e che mi stupivano e mi rapivano, mai avrei immaginato che a quell’attrazione intellettuale potesse un giorno corrispondere altrettanta attrazione fisica. E invece fu così. I tuoi pensieri, la tua mente, non erano affatto diversi dal tuo corpo e dal modo in cui tu me ne facevi dono. Mi sorprendesti con la tua unicità, con la straordinaria coerenza fra il tuo aspetto esteriore e il tuo essere interiore. E tutto questo, il fuori e il dentro di te, corrispondevano in modo estremamente preciso a una idea che albergava da sempre nella mia mente e nei miei desideri più profondi, come una chiave corrisponde a un’unica serratura. Come un viaggiatore errante che per anni cammina alla ricerca dell’altra metà di qualcosa che ha in mano e di cui non sa cosa fare, incontrandoti io credevo di avere finalmente riunito due parti di una stessa unità. E questa inattesa scoperta mi rendeva felice come non lo ero mai stato prima. Non è forse questa l’illusione dell’amore?

Per trentacinque anni non ti ho più rivista. Però si può dire che ti sono stato sempre accanto. Sapevo dove e con chi vivevi, che ti eri trasferita e che ti eri sposata. Ho saputo anche che hai avuto una figlia. Sapevo che non eravamo lontani, ti avrei potuta raggiungere, ti avrei potuto trovare, se solo avessi voluto. Ma il dolore inaudito che avevo provato quando mi ero dovuto separare da te, dal tuo corpo e dai tuoi pensieri (perderli entrambi nello stesso istante fu davvero insopportabile) mi ha sempre impedito di farlo. La sofferenza acuta è diventata col tempo un rancore sordo, la fitta iniziale una cicatrice antica che si fa sentire solo di tanto in tanto. Cosa ne è stato di tutta quella mole di sentimenti che avevo messo in moto? Dove è finita tutta quella energia che avevo in corpo? Per anni sono rimasti come sepolti sotto la lastra di ghiaccio dell’abbandono, della rinuncia, della rassegnazione. Quello che comunemente chiamiamo “cuore”, l’organo astratto con cui si ama, è rimasto da solo a sperare. E alla fine ha avuto ragione. Perché ora sei qui, Alessia, e il cuore ha ripreso a battere con l’esultanza di quei giorni lontani. Come quando, dopo un’attesa durata settimane, riuscivamo finalmente a incontrarci. Ti ricordi? Ci davamo appuntamento in una città, lontano da tutti, nel nostro universo parallelo. Prendevamo in affitto una stanza per amarci, un cielo sotto il quale baciarci, una piazza da attraversare mano nella mano. Noi due soli, sconosciuti al resto del mondo. Mi chiedo se, ora che ti ho ritrovata, sarei ancora capace di fare l’amore con te, a settantacinque anni, come lo facevo allora. La mente ne è capace, la guida il ricordo ancora vivo, dopo tanto tempo, del tuo corpo che si offriva al mio sguardo. Ti ricordi? La prima volta che tu e io abbiamo fatto l’amore, volevi che nella stanza ci fosse poca luce, mi chiedesti di chiudere ancora un poco le imposte per non lasciare filtrare la luce dorata di quel pomeriggio d’inizio estate, in quel paese affacciato sul mare dove ci eravamo rifugiati. E io mi ero alzato dal letto e avevo abbassato la tapparella, ma non del tutto perché volevo poter vedere i tuoi bellissimi occhi azzurri, la tua bella bocca umida e generosa di baci, mentre per la prima volta, come in un sogno, possedevo il tuo corpo. Era tutto semplice, facile, limpido, con te. L’amore era un gesto naturale, come un respiro, come il movimento lento del tuo seno nell’ansimare, il battito accelerato del tuo cuore dopo l’amore. Non eri mai sazia del nostro amore, mai stanca. E così io mi sfinivo nell’amarti, perché mi sembrava di non averne mai avuto abbastanza di te. Pensando ai lunghi giorni in cui avrei dovuto nutrirmi solo delle tue parole, desiderando il tuo corpo, cercavo avidamente di fare scorta di quel piacere. Ma il piacere, dovevo saperlo, non si può immagazzinare. Nei giorni seguenti ai nostri incontri, quando ritornavo da solo alla mia vita reale, mi mancavano il calore del tuo seno, la stretta delle tue gambe, la vista dei tuoi occhi, il tuo abbraccio. Perché solo stando insieme a te, nell’unione più intima, sentivo di vivere il punto più alto della mia esistenza. Era come se tutte le cellule del mio corpo comunicassero contemporaneamente al cervello la loro entusiastica approvazione per quello che stavo facendo. Ma, alla fine del nostro fare l’amore, era solo il tuo sorriso a dominare la scena. Perché tu, sfiancata e coi capelli bagnati di sudore che ti scendevano sul viso e sul collo, mi sorridevi strizzando un poco gli occhi e allora, d’un tratto, come in una illuminazione capivo perché ero venuto al mondo, e ringraziavo mia madre per avere sofferto tanto per farmi nascere, ringraziavo mio padre che da qualche parte dell’universo sconosciuto forse aveva operato perché io fossi tanto felice. Perché tu, Alessia, mio amore fino alla morte, mi sembravi talmente bella e perfetta che mi veniva di credere che il tuo arrivo nella mia vita fosse figlio di un evento soprannaturale. In te vedevo esattamente ciò che in una donna avevo sempre cercato; eppure, avrei potuto non incontrarti mai. Chi o che cosa aveva voluto che ti incontrassi? Possibile che fosse stato solo un caso? Che la pallina della roulette si fosse fermata proprio sul numero che avevo giocato? Lo dicevi anche tu, con quel tuo accento di ragazza del Sud: “Chissà, forse tuo padre, da lassù, ha voluto farti un regalo...”. E il regalo eri tu, dolce ragazza dalle linee del corpo disegnate per incantare, tu che mai alzavi la voce, mai ti arrabbiavi, tu che riuscivi sempre a capire cosa volessi. Che bizzarro disegno del destino, però, quello di incontrare una sola persona, in tutta la vita, che corrisponde perfettamente alla tua idea di amore, e perderla subito, non poter averla accanto per tutto il cammino, e ritrovarla soltanto quando la vita è quasi terminata, come una beffa o un gioco crudele.

Sono passati trentacinque anni. Mia figlia, che allora era una bambina, quella che tu non avresti mai voluto far soffrire a causa nostra, ora è una donna matura, che ha una famiglia sua. Sono sicuro che non le dispiacerebbe sapere che un giorno sono stato veramente felice con te. Come non avrebbe nulla da ridire se ti conoscesse ora, che sua madre è morta e io sono vedovo. E anche tu sei tornata a essere una donna libera. Il tuo matrimonio è finito cinque anni fa. Lo vedi, amore, abbiamo fatto due strade diverse per ritrovarci allo stesso punto; al medesimo, forse inevitabile, appuntamento con la solitudine. Avrei preferito farla insieme a te, tutta questa strada, chissà dove ci avrebbe portato. Ma aveva ragione quella poetessa quando diceva: “A volte Dio uccide gli amanti perché non vuole essere superato in amore...”. Forse si può sopprimere la possibilità, per gli amanti, di continuare ad amarsi. Non però l’amore, perché il mio per te non si è mai spento.

E il tuo? Forse non è mai stato vero amore, perché hai saputo resistergli, hai potuto rimandarlo indietro, dimenticarlo in nome di una vita “normale”, della pace con i tuoi genitori, dell’approvazione delle tue amicizie. Io ero pronto a sacrificargli tutto, a perdere tutto per guadagnare te. Mi sono sempre chiesto, in tutti questi anni, che cosa davvero provavi per me quando i tuoi occhi azzurri e intensi come gocce dell’oceano esprimevano pienamente amore, quando le tue mani accarezzavano il mio corpo senza porsi confini, quando la tua bocca pronunciava le più profonde e sentite parole d’amore. Cosa provavi veramente? È possibile essere innamorati a tempo determinato, come hai fatto tu? Oppure, è proprio in questo che si conosce il vero amore da ciò che vero amore non è. Che lo sai solo in punto di morte, quando puoi dire: l’ho amata per tutta la vita. E non solo da quando ti ho conosciuta, da molto prima, in modo inconsapevole. Desiderando con tutto me stesso quella donna che, poi, ho scoperto corrispondere a te, io ti stavo già amando tanto tempo prima di incontrarti. Ti amavo da quando sono stato concepito. Così, tu hai potuto dimenticarmi, e non mi hai più cercato. Io non ti ho mai dimenticata, e ho continuato a cercarti. Non nel mondo reale, però, dove il nostro amore non aveva mai potuto esistere, ma in quell’universo parallelo fatto di città di mare, di alberghi, di lunghe telefonate notturne, in cui ci eravamo amati.

Ora mi guardi, Alessia, mia incontenibile gioia terrena e mia infinita pena, e forse per la prima volta capisci la portata del mio amore per te. Chissà se quel giorno in cui mi dicesti: “Ti prego, non cercarmi più, o farò in modo di sparire...”, avessi potuto sapere che io avrei continuato ad amarti per trentacinque anni, che non ti avrei mai dimenticata. Se questo pensiero ti avesse illuminata, tu, di fronte all’amore integrale, ti saresti arresa e consegnata per sempre a me. E ora un dubbio mi sfiora, come non mi ha mai sfiorato in tutti questi anni, cioè se davvero tu meritassi tanto amore. Merita di essere amato chi non fugge di fronte alla vastità del sentimento dell’altro, chi non lo ripudia, chi non finge di ignorarlo. Chi lo sa comprendere. Ma tu, dolce ragazza dalle labbra sinuose, fosti sorda. Conducesti un gioco cattivo: dopo avere suscitato in me, con la sfarzosa esibizione del tuo essere, un amore sovrumano, mi lasciasti divorare da questo sentimento. Perché l’amante abbandonato è come un agnello lasciato ai lupi.
“Non era la cosa giusta, né per te né per me”, ti sentii pronunciare un giorno. È stato forse giusto, aspettarti per trentacinque anni, vivendo al fianco di un’altra donna, amandola di un amore frutto della rassegnazione e della frustrazione? È stato forse giusto che tu non abbia vissuto accanto all’uomo che ti ha amato più di qualsiasi altro a questo mondo? Più di tuo marito. Che inutile spreco di sentimenti, in un mondo di persone che non si amano! Come buttare via il cibo mentre c’è chi muore di fame.
Ma ora non parliamo più, Alessia, mio destino mancato. Vieni accanto a me, stringimi forte, non lasciarmi mai più. Se non è mi è stato dato di vivere con te, voglio almeno morire con te.

sabato 9 marzo 2019

I figli di Berlusconi


Perché senza di lui forse non ci sarebbe il Movimento 5 Stelle 
(e il PD sarebbe ancora un partito di Sinistra)

"Tutti abbiamo letto Marx, c'è chi l'ha letto e chi l'ha capito. Chi l’ha letto è diventato comunista e chi l'ha capito è diventato liberale”.
Silvio Berlusconi, 2006

Partiamo da questa eloquente frase pronunciata, pare, riferendosi a Fausto Bertinotti citando Ronald Reagan. Di certo Berlusconi aveva capito che Marx addita al mondo come criminale approfittatore chi si arricchisce sul lavoro di altri esseri umani, come fa qualsiasi imprenditore (con l’esclusione di quei pochi che non si arricchiscono, e non è certo il suo caso).  
Nel 1922, gli industriali e la borghesia agraria d’Italia mandarono al governo Benito Mussolini per scongiurare quello che consideravano il pericolo di una rivoluzione socialista o comunista, salvo pentirsene un ventennio dopo quando il paese era ridotto a un cumulo di macerie. Nel 1994, uno dei maggiori imprenditori italiani, imparata la lezione, decise che era meglio non fidarsi di nessuno e “scese in campo” personalmente in questa rinnovata battaglia.
Dal 2005 Berlusconi ha intensificato la propria, si direbbe quasi personale, crociata contro il comunismo e tutto ciò che gli somigli anche lontanamente. Per convincere gli italiani a votarlo annuncia scenari apocalittici: “Se la sinistra andasse al governo il risultato sarebbe miseria, terrore e morte, come accade in tutti i posti dove governa il comunismo”.
In realtà, nell'anno domini 2005 i “posti” dove governa il comunismo sono rimasti davvero pochi. Uno è la Cina, che sta conoscendo una crescita economica senza pari al mondo. In realtà, agitando lo spettro del comunismo, Berlusconi (e con lui i suoi astuti seguaci, gente come Umberto Bossi o Ignazio La Russa) vuole nascondere la progressiva e inarrestabile avanzata del capitalismo in tutto il mondo, che lui si guarda bene dal chiamare con il giusto nome ma che confonde ad arte con il termine “democrazia”. Sempre nel 2005, per screditare ulteriormente, e bugiardamente, gli avversari politici pronuncia ancora: “Non credo che gli elettori siano così stupidi da affidarsi a gente come D'Alema e Fassino, a chi ha una complicità morale con chi ha fatto i più gravi crimini come il compagno Pol Pot”. Complicità morale, uno come Fassino.
Dunque, i nemici, più che avversari, di Silvio Berlusconi sono persone come D’Alema, Fassino, Bertinotti, da lui paragonati a dittatori ripudiati dalla Storia. Esponenti politici fin troppo moderati, invece, secondo il giudizio di chi, tra gli elettori, il comunismo lo vorrebbe vedere davvero messo in pratica.

Mentre la realtà di quegli anni (e degli attuali) mostra come il vero cancro del pianeta sia il capitalismo, che assoggetta alla legge del profitto gli uomini e l’ambiente, Berlusconi concentra tutta la sua opera di persuasione mediatica nel convincere la sua platea che il cancro sia il comunismo, ridotto al lumicino dopo la fine dell'impero sovietico. E proprio come una malattia tumorale lo affronta, con una sorta di chemioterapia politica che non deve lasciare alcuna cellula in circolazione. La sua aperta ammirazione per gli Stati Uniti e i suoi presidenti repubblicani lo porta ad assumere toni da “caccia alle streghe” anni Cinquanta.
L’operazione gli riesce così bene (complici anche i molti errori della Sinistra italiana) che il partito che un tempo si chiamava Comunista, e che dopo vari cambiamenti di nome e di simbolo ora si chiama Democratico, aliena del tutto le sue radici e arriva a nominare segretario (per quali vie resta ancora un mistero per me) un “democratico anticomunista” come Matteo Renzi (“Ha fatto fuori più comunisti lui in due mesi che io in venti anni”, dichiara soddisfatto nel 2014). Non solo. La pulizia berlusconiana riesce anche a fare il vuoto a sinistra del Partito Democratico, instillando nell’opinione pubblica (e probabilmente anche in molti politici) l’idea che qualsiasi programma contenga anche solo pochi cenni al marxismo o al socialismo sia da considerarsi antiquato e nocivo. Il capolavoro di Berlusconi sta nell'associare l’idea di modernità e benessere all’economia capitalista. A sinistra del Pd non cresce più nulla, proprio come l’erba dopo il passaggio di Attila, lasciando nel limbo dell’astensionismo milioni di ex elettori comunisti e simpatizzanti della sinistra estrema, che non trovano più un riferimento nel quadro politico.

Un capolavoro a metà, però, perché oltre a combattere una personale crociata contro le idee marxiste - che se applicate gli avrebbero impedito di costruire il suo impero economico e di condurre un’esistenza tutta segnata dall’uso del potere del denaro per ottenere qualsiasi cosa, dalle donne alla fama, dalle soddisfazioni politiche a quelle calcistiche, fino ai giudizi comprati - Berlusconi è convinto di potersi avvantaggiare elettoralmente del definitivo e radicale annientamento dei soggetti politici che si rifanno in qualche maniera al comunismo. Non sa, invece, che sta aprendo la strada a un nuovo movimento politico, che non a caso nasce dichiarando di “non essere né di destra né di sinistra”. Non è di destra perché non ne ha i connotati tipici. Non è di sinistra perché, dopo Berlusconi, la Sinistra non è più di moda, è diventata quasi un insulto. È diventato un insulto la parola “comunista”, per cui i partiti di Sinistra si liberano completamente di tale attributo.
Il Movimento 5 Stelle ha fra i suoi capisaldi temi che sono stati a lungo appannaggio della Sinistra (prima della “cura” Berlusconi”), come il reddito di cittadinanza (ovvero sostegno ai disoccupati e ai poveri, il primo a proporlo fu Mario Capanna, leader del ’68, poi anche Giovanni Russo Spena di Democrazia Proletaria), l’acqua pubblica e, più di recente, il no alla Tav. Raccoglie quindi anche i voti di quanti un tempo votavano a Sinistra e ora non si riconoscono più nel Partito Democratico, divenuto a tutti gli effetti un partito di centro (ma, occorre ricordarlo, una volta il centro era costituito dalla Democrazia Cristiana di cui il Partito Comunista era il più acerrimo avversario, quindi come può chi è rimasto fedele agli ideali di Berlinguer e compagni ritrovarsi nelle parole e nelle idee di Renzi e Calenda? Pensiamo all’abolizione dell’art 18, tanto per citare un esempio).Gli ideali di Berlinguer non si trovano neanche nel Movimento 5 Stelle, direte, sì ma almeno gli ex elettori di Sinistra ci trovano delle idee che condividono, e in questi tempi di "decomunistizzazione" della politica è grasso che cola.


Ecco perché senza Berlusconi e la sua strenua e lunga campagna contro il comunismo e la classe dirigente erede del vecchio Pci, forse il Movimento 5 Stelle non sarebbe mai nato, oppure oggi avrebbe percentuali a una cifra. Ed ecco perché, oggi, il vecchio ma non ancora pago Berlusconi teme molto di più il Movimento 5 Stelle del Pd, che sa ormai addomesticato alla sua dottrina e incapace di nuocergli come un tempo (“Se vincerà Grillo non posso immaginare cosa succederà, si tratta di una presenza inquietante, potranno succedere dei disordini inquietanti. Grillo non fa più ridere, fa e deve fare paura. I regimi autoritari sono nati nelle stesse condizioni economiche dell'Italia di oggi”). Non potendo più parlare di comunismo, ora evoca il rischio di regimi autoritari.
Negli ultimi decenni, tanti sono stati gli errori della Sinistra italiana, ma il più grande, l’errore esiziale è stato quello di consentire a Berlusconi di poter condurre la sua mastodontica opera mediatica di screditamento del comunismo e del socialismo, non ricorrendo a qualsiasi mezzo per metterlo a tacere.
Sento oggi ragazzi dire “io non sono razzista”, “io non sono contro gli immigrati”, “io vorrei vivere in un paese dove i giovani siano valorizzati e abbiano tutti un lavoro”, “io vorrei non dover emigrare all’estero per lavorare”, “io vorrei non essere sfruttato, sottopagato, precarizzato”, ma poi anche “io non sono di sinistra; destra e sinistra sono concetti superati”.
Certo, tolto il marxismo la sinistra è irriconoscibile dalla destra moderata.

Ecco, questi giovani - e anche tu che mi leggi e pensi le stesse cose - non sanno che sono tutti figli di Berlusconi.

mercoledì 6 marzo 2019

Apologhetto in una giornata di febbre


Immagina un paese, una nazione, come se fosse una persona, un corpo. Gli abitanti del paese rappresentano l’altezza e il Pil il peso, la massa corporea. Ora prendi l’Italia. Appena nata (1861) era un corpo piccolo, un corpo di bambino, ma con gli anni questo corpo, questo paese, è cresciuto. È cresciuto in altezza, cioè nel numero di abitanti, ed è cresciuto ancora di più in peso, cioè per quanto riguarda il Pil. Esattamente, gli abitanti sono quasi triplicati, mentre il Pil è aumentato di dodici volte. Non si può dire quindi che questo paese, questo corpo stando alla similitudine, non sia cresciuto, non si sia fatto adulto. Ma è un corpo sgraziato, poiché il peso, cioè il Pil, non si è distribuito uniformemente per l’altezza ma si è accumulato eccessivamente in alcuni punti. Giacché se si considera nel complesso il numero di abitanti e il Pil, il dato potrebbe apparire congruo, ma se si guarda il corpo di questa persona che è l’Italia si vede una forma poco gradevole. Antiestetica, si direbbe. Come corpo, infatti, l’Italia somiglia a quelle donne che accumulano troppo adipe sui fianchi, sui glutei e sulle cosce, o a quegli uomini il cui tronco è tutto pancia, con gambe filiformi. Ad una persona così consiglieresti di aumentare ancora di peso, ovvero secondo la nostra metafora, di perseguire a tutti i costi un ulteriore aumento del Pil? È vero, questo corpo ha gli arti, gambe e braccia, gracili, quasi sproporzionate rispetto ad altri punti: ma è facendolo ingrassare che otterremmo il risultato di un corpo più armonico e più sano?

L’epilogo di questo apologhetto è che a paesi come l’Italia, che sono cresciuti abbastanza negli ultimi decenni, non serve crescere ancora per soddisfare i bisogni di chi è rimasto fuori dal benessere (le membra gracili), anche perché crescere all’infinito non è nella natura delle cose, il nostro corpo smette di crescere a un certo punto dello sviluppo. Serve drenare l’abbondanza che si è accumulata in alcuni punti, snellendoli e rendendo al contempo più robuste altre parti del corpo. Da goffo e malsano, questo corpo si trasformi in armonioso e scattante, proporzionato e uniformemente sviluppato. Il fisico che ci vuole per compiere grandi imprese.

giovedì 28 febbraio 2019

Ma il cuore ci sussultò di sangue*




       Quando si chiuse la porta di casa alle spalle, il ragazzo aveva una gamba dei pantaloni strappata e le mani sporche di sangue.
Suo padre fu svegliato di soprassalto dal rumore di un oggetto pesante che cadeva sul pavimento. La notte era una delle tante del 1978 e lui aveva cinquantaquattro anni. Suo figlio venti.
Scese dal letto, la vista annebbiata e la mente che rifiutava di accettare l’idea che il ragazzo avesse potuto commettere un atto violento, poiché sapeva che ne sarebbe stato capace. Come ne era stato capace lui alla sua età.
Lo raggiunse in bagno, cercava di lavarsi via il sangue dalle mani.
– Che hai fatto? – gli domandò come in sogno.
– Ma niente, papà... – gli rispose lui – torna a dormire, è tutto a posto.
Voleva dire che c’era da preoccuparsi.
– Sei ferito? – gli chiese, e poi, senza attendere risposta: – è tuo quel sangue? No? Di chi è allora?
– Sto bene, papà... – fece lui con aria di sufficienza, come se la cosa non lo riguardasse. – Non te preoccupa’.
– Ma il sangue... – insistette il padre, assumendo un tono disperato.
Intanto, il lavandino andava colorandosi sempre più di rosso, mentre le sue mani tornavano bianche.
– Lo vedi che non me so’ fatto niente? – gli disse poi mostrando i palmi indenni.
– Ma che hai combinato? – ripeté ancora una volta, se possibile con un tono ancora più disperato.
– Ho detto che non te devi preoccupa’... – ribadì lui. – Se semo menati... tutto qui. Ora torna a letto che è mejo.
– Io non mi muovo di qui se non mi racconti tutto. Vi siete menati...? Tu e chi? Con chi eri, il solito gruppetto di esaltati?
– Sì, eravamo noi, i soliti...
– E con chi avete fatto a botte, dimmi?
– Papà, al posto mio avresti fatto la stessa cosa, – gli disse il figlio chiudendo i rubinetti e poi ripulendoli dalle macchie di sangue con la carta igienica.
– Ma quale cosa? – gli domandò sempre più esasperato.
– Che ce parlavi, tu, coi fascisti nel ‘44?
– Ma che c’entra il ‘44, ora. Quello era tempo di guerra, adesso siamo in pace, – cercò di contraddirlo suo padre.
I fasci, s’era scontrato coi fasci. In quell’istante ne fu sicuro. Era successo altre volte, ma quella era la prima che suo figlio tornava a casa con le mani sporche di sangue. Ce n’era ancora un rivolo nel lavandino, un riflesso bluastro che pareva una vena lunga e tortuosa.
– Ora verranno a cercarti... – si preoccupò il padre.
– Sta’ tranquillo, papà, non me cerca nessuno.
– No, ti sbagli. Verranno... i fasci, la polizia... Ti faranno la pelle, ti arresteranno. Devi nasconderti. Dio mio, ma che cosa hai fatto?
– Quei due stavano attaccando i loro manifesti, proprio nella via dove la sera ci raduniamo col gruppo. Volevano provocarci, è chiaro.
– E non bastava dir loro di andarsene? Non potevate far capire a quei ragazzi che quella zona è vostra e non dovrebbero metterci piede? – protestò il padre, già sapendo cosa gli sarebbe toccato di ascoltare dopo.
– Quelli hanno la capoccia dura... – disse allora suo figlio, con un sorrisetto da criminale. – Le cose gliele devi mettere bene in testa... – e fece il gesto di prendere qualcuno a sprangate.
A quel punto gli fu chiaro che era accaduto qualcosa di terribile, senza bisogno che lui aggiungesse nient’altro.
– Tu mi farai morire d’infarto, – disse il padre guardando il ragazzo dritto negli occhi.
– Ma non dicevi che della morte non te ne fregava niente? – gli rispose il figlio. – Non c’avevi paura, allora, all’età mia...
– So’ passati tanti anni... – fece il padre abbassando il tono della voce.
– Quando te ne sei andato di casa e poi t’hanno visto in via Ostiense, con addosso la giacca de nonno e un fucile in mano.
Il padre abbassò lo sguardo, non sapeva più cosa dire. Quella storia era vera e gliel’aveva raccontata lui, a suo figlio, che era ancora un ragazzino. Solo che ora era cresciuto e aveva il suo stesso carattere, la sua stessa rabbia di allora, i suoi stessi occhi affamati di giustizia. Lo stesso coraggio o la stessa incoscienza, chissà?
– Papà, – disse allora il figlio lasciando da parte la calma che finora aveva finto di mantenere – stiamo solo finendo quello che avevate cominciato voi. Avete lasciato le cose a metà, perché i fascisti ce stanno ancora e la rivoluzione non c’è mai stata.
Suo padre scosse la testa, se avesse parlato avrebbe dovuto ammettere che la loro tanto celebrata liberazione era stata una mezza sconfitta. Allungò una mano e diede una carezza al viso di suo figlio, così simile al suo. Poi se ne tornò a letto.
Però di dormire non gli riusciva, perché i ricordi erano troppi e troppo forti. Glieli aveva ridestati quel sangue nel lavandino, poco fa, lo stesso colore del sangue che imbrattava il marciapiede di via Ostiense trent’anni prima. Lui se lo ricordava bene perché era rimasto a lungo a fissarlo, insieme al corpo del fascista che ormai non si muoveva più, dopo che gli aveva sparato. Un colpo solo, in testa.
Poi però, come tutti, aveva consegnato il fucile e smesso di sparare, e addio rivoluzione.
Forse era stata la vista del sangue a fargli posare le armi.
Forse, sperò, la vista del sangue avrebbe fatto ragionare anche suo figlio.

* da “Allora noi vili” di Cesare Pavese, 1945
 Foto: Tano D'Amico - "Morte e sangue"

Ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale