domenica 14 aprile 2019

Piccola storia crudele del capitalismo (americano)



     
Dunque, per diventare quello che è oggi, il mondo inizia a cambiare alla fine del XV secolo. Navigatori europei scoprono nuove terre al di là dell’Oceano; non sono le Indie, come si credeva, ma un altro continente, cui viene dato il nome di America.
I navigatori sono esseri romantici, si sa, mossi nient’altro che dalla sete di scoperta e dall’ambizione della fama imperitura. Ma i monarchi, i capi militari, i mercanti, no. A loro delle nuove scoperte non interessano la geografia, le culture antiche, la flora e la fauna. No, a loro interessano esclusivamente le ricchezze. Oro, argento, rame. E la terra, come qualcosa da possedere e da sfruttare.

Dunque all’inizio il nuovo continente viene semplicemente sfruttato: le navi partono dalla Spagna, arrivano in America, fanno il carico di metalli preziosi e ripartono per tornare in Spagna. Se non incontrano i pirati, che di solito sono inglesi e si comportano un po’ come gli avvoltoi con le prede uccise e smembrate dai grossi felini. Vanno a rubare in casa dei ladri, insomma.
Spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi, vanno in America e si comportano come se fosse una terra disabitata. “L’abbiamo scoperta noi, è nostra!”. In realtà sono degli invasori, ma guai a dirglielo. Quella terra, infatti, è di qualcun altro, altri popoli che la abitano da secoli e secoli, ma gli invasori fanno finta di niente. “Davvero ci sono gli Incas?”. “Davvero ci sono i Pellerossa?”. Prima che il resto del mondo si accorga che quelle terre sono abitate, cercano di sterminare tutti i nativi. Ci riescono in parte, soprattutto nella parte a sud. Gli indigeni della parte a nord sono più numerosi e combattivi, e quando si accorgono che gli ospiti venuti dall’Oceano non sono affatto gentili né educati, anzi sono piuttosto rozzi e crudeli e ingordi, cercano di rendere loro pan per focaccia. Però hanno solo archi e frecce mentre quegli altri fucili e pistole, e la lotta non è pari. Si sa come andrà a finire.

Di tutte le razze, ops!, le etnie in cui si divide il genere umano, quella di pelle bianca si è finora dimostrata essere la più ostinata, vorace, perfidamente intelligente e brutalmente violenta. Certo, violente lo sono state anche le altre, ma gli uomini di pelle bianca hanno dato prova di saper essere brutali e al tempo stesso civilizzati, come se le due cose non fossero naturalmente in contrasto fra loro. Ragione per cui, per una incomprensibile legge di natura, l’uomo bianco finora ha prevalso sugli altri. Soprattutto sugli uomini dalla pelle rossa e nera.

Dunque, dicevamo che in principio gli europei, che hanno scoperto l’America, ne sfruttano le ricchezze. Ma in numero sempre maggiore vi si stabiliscono. Quelli che sono andati a stare nella parte a nord a un certo punto sono così tanti che iniziano a sentirsi anche loro sfruttati dalla madrepatria e vorrebbero staccarsi dalla Gran Bretagna. Per questo fanno una guerra d’indipendenza, e la vincono, perché sono più determinati di quelli che sono rimasti in Europa, e creano uno stato, anzi, tanti stati, ogni anno ce n’è uno che vuole aggiungersi all’Unione. Tanti stati, tanti uomini, tutti di pelle bianca. Non c’è posto per gli uomini dalla pelle rossa, che arditamente reclamano le loro terre, i loro fiumi, il loro bestiame. Devono essere sterminati e i superstiti rinchiusi in riserve. C’è posto, invece, e tanto, per gli uomini di pelle nera, che notoriamente, e oziosamente, vivono in Africa.
Europa, America, Africa. Disponendo questi tre continenti su un piano e collegandoli fra loro con delle linee otterremmo un triangolo.

Ora pensate un po’ voi: a questi furbi, ingegnosi, laboriosi, ma parimenti crudeli e spietati, uomini bianchi d’America, non basta arricchirsi coltivando le terre che erano dei Sioux e degli Apache, commerciando in pelli di bisonte o di castoro, estraendo carbone dalle miniere, per di più sfruttando anche il lavoro dei minatori.
Perché essere solo ricchi quando si può essere ancora più ricchi? Loro forse ancora non lo sanno, ma stanno agendo in nome di un fato che deve compiersi: stanno accumulando ricchezze, tante ricchezze, molte di più di quanto un uomo possa godere in tutta la vita, ma non per questo inutili. Serviranno a generare un mostro che dominerà i secoli a venire. Ma andiamo per gradi...

Siamo più o meno nel Settecento, il secolo dei lumi in Francia, ma ci sono uomini che vivono nelle tenebre dell’avidità; questi uomini, avventurieri e mercanti, viaggiando per commerci lungo le coste dell’Africa, un bel giorno hanno un’idea. Gli uomini di pelle bianca hanno sempre grandi idee: la stampa, il telescopio, il pantografo... Ma questa è un’idea che farà arricchire tutti, europei e americani (attenzione: quando si dice che tutti si arricchiscono non è proprio così... qualcuno che ci perde, e anche tanto, c’è sempre...). C’è qualcosa che vale ancora di più dell’avorio che razziano in Africa per rivenderlo in Europa, qualcosa che vale ancora di più dell’oro che rubano in terra straniera. Le loro navi hanno stive capienti, e allora l’idea è di riempirle di negri. Uomini, donne, bambini. Non fa differenza. L’America, per crescere e diventare ancora più ricca (non si tratta di sopravvivenza, si badi bene, loro ancora non lo sanno ma la storia gli ha affidato il compito di dare alla luce una creatura di dimensioni smisurate e di infinita potenza) ha bisogno di braccia, di forza lavoro, che non costi nulla o quasi.
Come hanno fatto gli Egizi a costruire le piramidi? Ecco, loro aiuteranno gli americani a costruire un’enorme piramide fatta di attività economiche, di denaro, di interessi, di soprusi, di sangue, a costruirla come fecero gli Egizi tremila anni prima: servendosi di milioni di schiavi.

Loro ancora non lo sanno, agiscono come in preda a un raptus, non sanno che nome avrà, qualche tempo dopo, la grande costruzione che si apprestano a erigere per mezzo di veri e propri sacrifici umani. Non si rendono conto di essere come quegli Atzechi che hanno sterminato, nella parte sud dell’America. Fautori dell’orrore civilizzato (secoli più tardi, europei e americani daranno ancora grande prova di questa loro arte, nei campi di concentramento o a Hiroshima e Nagasaki).
Ed ecco allora il triangolo maledetto. Gli europei (inglesi, olandesi, francesi) si organizzano, si fanno finanziare, creano società, stipulano assicurazioni (l’orrore civilizzato!) e vanno con le loro navi in Africa, dove acquistano in cambio di merci e armi gli schiavi dalle tribù che nel frattempo li hanno catturati. Caricano gli schiavi, uomini, donne, bambini, nelle stive delle navi, come se fossero merci, come dei tronchi di legno, allineati uno di fianco all’altro, e partono per l’America. Là in molti li aspettano e pagheranno bene quella merce umana. Due o tre mesi in mare. Agli schiavi viene data solo poca acqua e poco cibo, quando ce n’è.
Considerando la vita (anche se si fa molta fatica a chiamarla ancora così) che li aspetta una volta arrivati a destinazione e assegnati al loro “padrone”, forse va meglio a quelli, e sono tanti, che muoiono durante la traversata. A quelli che l’America, terra di libertà e di sogni, non la vedono neanche.

Gli storici hanno calcolato che gli schiavi d’Africa giunti in America nei secoli XVIII e XIX siano stati circa 15 milioni. Ai quali vanno aggiunti quelli partiti e mai arrivati. Per far finire del tutto lo schiavismo ci vorrà un’altra guerra e un presidente che, non a caso, morirà assassinato.
Gli schiavi si chiamano così perché non sono liberi di andarsene quando e dove vogliono, hanno catene materiali o metaforiche, ma pur sempre catene. E perché il loro lavoro non viene pagato, se non con il cibo necessario alla loro stessa sopravvivenza.
Gli schiavi lavorano nelle case, ma soprattutto nei campi. Raccolgono il cotone e il tabacco. Con il cotone si fanno abiti che vengono venduti in tutta l’America e in Europa, generando un’enorme ricchezza. I profitti si fanno ancora maggiori con la rivoluzione industriale. Le prime macchine utilizzate nelle prime fabbriche sono quelle tessili. Dunque, la filiera (si direbbe oggi) del prodigio economico americano è questa: gli schiavi raccolgono il cotone a costo quasi zero, i poveri lavorano alle macchine tessili sfruttati fino a 15 ore al giorno (d’estate in cui c’è più luce), anche donne e bambini sopra i 10 anni di età. La vendita del cotone prodotto con manodopera così a buon mercato genera enormi profitti. Queste ingenti somme vengono accumulate e verranno successivamente reimpiegate, o date in prestito, per nuove attività industriali.

Questo enorme accumulo di denaro, ottenuto grazie allo schiavismo, allo sfruttamento del lavoro umano, alla depredazione di terre e risorse naturali che appartenevano ai popoli indigeni, è ciò che in epoca moderna va sotto il nome di “capitale”. E questo capitale, creato in origine in modo così ignominioso, continua ancora oggi a passare di mano, ad accrescersi ulteriormente con gli stessi mezzi, a generare altro capitale come per partenogenesi, a cambiare sembianze e nome, a determinare la vita e la morte delle persone, il loro benessere o la loro miseria, come un demone infuriato, un dio malvagio e inumano che non conosce il senso della giustizia e non teme nemici.

venerdì 12 aprile 2019

Frammenti di discorsi #6


Voce del verbo venire


– Non muoverti fino a che non vengo, – disse l’uomo.

– Devo sopportare questo peso addosso ancora per molto? – fece in risposta la donna.

– Devi darmi il tempo di venire, – ribadì lui. – Dammi il tempo di venire e tutto avrà fine.

– Mi sento opprimere, sul petto, sul ventre, sul bacino...

– Tu comunque non muoverti, hai capito? Stai ferma, resta immobile.

– È così importante che io non mi muova?

– Importantissimo. Non so come spiegartelo, quanto sia importante. Ferma, immobile, fino a che non vengo.

– Non ce la faccio più, mi sento morire...

– Ora non esagerare, hai ancora fiato in gola per parlare. Qualche minuto e tutto sarà finito. Solo pochi minuti e vengo.

– Fai presto.

– Non dipende da me.



L’uomo attaccò il telefono e prese a suonare il clacson all’impazzata. Il traffico era davvero paralizzato, a quell’ora della sera. La sua automobile si muoveva a passo di tartaruga e sua moglie giaceva sotto a un pesante armadio che le si era rovesciato addosso, immobilizzandola dalla vita in giù.


mercoledì 10 aprile 2019

Frammenti di discorsi



#1
Salvini e i nazisti
Mi fermo all’edicola del paese per fare acquisti. Poco più in là, un giovane di colore espone sul marciapiede manufatti di legno creati da lui.
è bravo, penso, e almeno non elemosina.
Un signore anziano, che staziona spesso a lungo davanti all’edicola scambiando chiacchiere con l’edicolante, sembra pensarla diversamente. Senza fare riferimenti diretti, guardando altrove, dice:
– Eh, lo so io cosa ci vorrebbe qui... Ci vorrebbe zio Adolf...
Zio Adolf? Capisco e lo guardo con aria di commiserazione.

#2
Femminismo
Durante la solita passeggiata sotto casa con il cane, incrocio una donna di mezza età, un poco sovrappeso, leggermente incanutita, che parla animatamente al cellulare.
– Non è stato educato, te l’ho detto, mamma. Cioè, ha ricevuto solo l’educazione da sua madre, non da un’altra donna. Un’educazione famigliare. Ma se è così, è perché gli è mancata quella esterna, l’educazione di una donna.
Ecco una donna da cui mi terrei bene alla larga, penso.

#3
Legittima difesa (putativa)
18 gennaio 1977: il calciatore della Lazio, Luciano Re Cecconi, entra con il compagno di squadra Ghedin e un altro amico in una gioielleria. Col bavero alzato e le mani in tasca, per fare uno scherzo, grida: “Fermi tutti, questa è una rapina!”. L’orefice estrae una pistola, Ghedin fa in tempo a tirare fuori le mani dalle tasche, Re Cecconi no. L’orefice spara e lo uccide sul colpo. Forse Salvini era troppo piccolo, allora, per ricordarsene oggi.



#5

15 dicembre 1974: Napoli-Juventus
Quando ero un ragazzino le partite di calcio si ascoltavano alla radio, la domenica pomeriggio soltanto. La nostra radio era un apparecchio a transistor che riproduceva la voce a bassa fedeltà delle onde medie. L’ascoltavamo, io e mio padre, seduti attorno a un tavolo, grattando con le dita il tessuto della tovaglia che vi era stesa sopra, quando il risultato ci innervosiva. E quella domenica di dicembre del 1974 i nostri nervi erano tesi, perché si giocava Napoli-Juventus. E mio padre tifava Napoli, la sua città, e io tifavo Juventus, anche se ero nato a Roma. In quel campionato le nostre due squadre si giocarono lo scudetto, testa a testa in alcune giornate, fino all’ultimo.
Mio padre era convinto che il Napoli avrebbe battuto la Juventus, perché aveva dalla sua il caloroso tifo del San Paolo. Invece segnò per prima la Juventus, con Altafini. Esultai, c’erano ancora tanti minuti di gioco per rimontare, dissi a mio padre. Ma poi, ecco un rigore per la Juventus: 2-0. E poi, prima del fischio, un altro goal: 3-0. Il ragazzino che ero non poteva essere più felice per il trionfo della sua squadra. Io però mi vergognavo di esserlo, perché avevo di fronte mio padre con la faccia degli sconfitti. Le notizie che arrivavano dagli altri campi dicevano che quasi tutti gli incontri si erano chiusi sullo 0-0 alla fine del primo tempo, e questo aggiungeva amarezza alla sonora sconfitta che la squadra di mio padre stava subendo. L’incontro riprese e non passò molto che la Juventus segnò un altro goal. Questo forse diede la sveglia ai giocatori del Napoli, che riuscirono a infilare il pallone alle spalle di Zoff: 4-1. La partita sarebbe anche potuta finire lì, concludersi in anticipo per risparmiare fatica ai giocatori. Ovviamente si giocò fino al novantesimo. Così, arrivò ancora un altro goal della Juventus, a cui fece seguito il riscatto del centravanti del Napoli, Clerici, con una doppietta: 5-2. A sei minuti dal termine, impietoso Viola violò ancora una volta il povero Carmignani, il portiere del Napoli: 6-2. Ormai non mi riusciva più di esultare, accoglievo ogni nuovo goal della mia squadra come un evento non previsto, e non voluto. A me sarebbe bastata una vittoria per 1-0, oppure no, un pareggio. Un classico 1-1 o un più divertente 2-2 o, meglio, 3-3, quelle partite in cui le squadre si rincorrono come due ragazze che giocano, finendo per non farsi del male. Invece era andata come era andata, e al fischio finale non riuscivo a trovare le parole per commentare. Restai muto, come il pubblico del San Paolo, composto in gran parte da tifosi del Napoli.
Alla fine quel campionato lo vinse la Juventus, ma con soli due punti di vantaggio sul Napoli, che sperò fino all’ultima giornata nella eventualità di uno spareggio.
 

sabato 6 aprile 2019

Nuova Europa

 

     C’era un tempo in cui poveri disgraziati in fuga dalla violenza fisica e dalla miseria salivano su imbarcazioni fatiscenti, stipati come polli in batteria, riponendo le loro anime nelle mani degli dei del mare.

A volte gli dei erano benevoli (ma non sempre) e li accompagnavano dolcemente fino alle coste, rimettendoli al volere degli dei della terra. Generalmente, i ministri degli interni.

Alla fine anche questi dei si dimostravano sufficientemente generosi, non senza prima aver mostrato la faccia cattiva. I poveri disgraziati potevano scendere e toccare con i piedi il sacro suolo europeo a lungo agognato.

Questa cosa andò avanti per un bel pezzo, provocando una netta divisione fra chi avrebbe voluto respingere o quanto meno non accogliere i poveri disgraziati (sia perché poveri, sia perché disgraziati, e fra le loro disgrazie c’era quella di avere la pelle molto più scura della nostra), e coloro i quali consideravano questo atteggiamento inumano, schierandosi per la soluzione evangelica delle porte aperte a tutti. 


Pareva una di quelle situazioni in cui nessuno, da ambo le parti, ha interesse a veder finire l’andirivieni di motoscafi e barconi, navi delle Ong, motovedette: i difensori della linea dura, infatti, traevano da ogni arrivo di profughi nuova linfa elettorale, rastrellando i voti di chi quei poveri disgraziati dalla pelle nera proprio non sopportava di vedere in giro per le strade della propria città. D’altra parte, i fautori dell’accoglienza non si lasciavano scappare occasione per additare i loro avversari come razzisti, fascisti, disumani, egoisti, cercando con ciò di accaparrarsi i voti dei più sensibili alle disgrazie altrui.


Poi, un bel giorno fu deciso che questo surreale gioco dovesse avere termine.

Poiché il gioco aveva inizio in Libia (anche se il cammino dei profughi cominciava da molto più lontano), come prima mossa fu occupata militarmente la costa mediterranea della Libia. Può sembrare una soluzione ardita o dal sapore coloniale d’altri tempi, ma fu possibile con il consenso e l’impegno di tutti i paesi europei e anche dell’Onu, sulla base del fatto che non si poteva lasciare in preda al caos un paese la cui capitale, Tripoli, dista appena 300 chilometri da Lampedusa, cioè dall’Italia, cioè dall’Europa. Questo costituiva infatti una minaccia per l’intero continente. C’erano poi le ragioni umanitarie, poiché era ormai acclarato che in Libia esistevano campi di detenzione dove i profughi venivano trattenuti con la forza, nonché seviziati e in alcuni casi uccisi.

Dunque, come in altri casi della Storia, bisognava intervenire.

Una volta normalizzata, con la forza delle armi, la situazione in Libia, potè iniziare a svilupparsi il grande progetto “Nuova Europa”. Un fiume di soldi attraversò il Mediterraneo, fondi provenienti dai paesi europei ma anche da Russia, Cina e Stati Uniti. Ovviamente, poiché nessuno fa niente per niente, tutti i pozzi petroliferi libici furono posti sotto il controllo dei paesi che partecipavano all’azione umanitaria, con licenza di sfruttamento.

L’idea che animava il progetto era che se quello che i migranti cercavano in Europa erano lavoro, civiltà, sicurezza, welfare, queste cose si sarebbero potute creare direttamente in Libia, facendo del paese una sorta di protettorato europeo. Il fine giustificava i mezzi.


In pochi anni, grazie agli ingenti fondi impiegati, una parte del territorio libico fu completamente trasformata: furono costruite case, strade, scuole, ospedali, fabbriche, uffici. Su quelle stesse coste desolate, anche se bellissime, dalle quali prima partivano i barconi e spadroneggiavano gli scafisti, ora sorgevano confortevoli resort e villaggi turistici.

Nel giro di una decina d’anni, il tenore di vita degli abitanti della “Nuova Europa” crebbe tanto da eguagliare quello di una regione del Meridione d’Italia. Al punto che, a un certo momento, si assistette a una inversione del fenomeno migratorio: erano i disoccupati di Calabria e Basilicata a imbarcarsi, regolarmente stavolta, per andare a cercare lavoro nella nuova terra promessa: la Libia.

Essendo la “Nuova Europa” un protettorato, poi, i suoi cittadini potevano imbarcarsi su navi regolari ed entrare legalmente in Italia, cioè in Europa, per turismo o per lavoro, in base a opportuni visti di ingresso.

Ora nessuno parlava più di profughi e di immigrazione o si permetteva di fare affermazioni razzistiche idiote. La ragione aveva finalmente prevalso sull’irrazionalità.

giovedì 28 marzo 2019

Ti ricordi?






          Ti ho aspettato per trentacinque anni, e ora sei qui, di fronte a me. Che importa se di anni ora ne ho settantacinque e la vita è tutta alle mie spalle. Sono felice così, perché alla fine ti ho ritrovata.
Ti ricordi del nostro primo incontro? Le mani quasi ti tremavano quando ti venni incontro dopo essere sceso da quel treno che mi aveva portato fino a te. A me tremavano le gambe, anche se non te l’ho mai detto. Ricordi la prima volta che la tua mano ha toccato la mia? Io ricordo ancora la prima volta che ho sentito la tua pelle, calda e morbida. Eri una  ragazza di ventisette anni, mentre io ne avevo già compiuti quaranta, anche se non li dimostravo. Insieme facevamo proprio una bella coppia. La tua testa, sovrastata da ciuffi disordinati di capelli biondi, arrivava alla mia spalla; solo di tanto ero più alto di te. Così, mi bastava chinare un poco il mento, per baciare i tuoi capelli. Un poco di più per baciare la tua bocca. E, dopo il primo bacio (ricordi? su quel letto, fra i tuoi disegni a matita sparsi fra le lenzuola...), quanti ce ne siamo dati? Un’enormità in un tempo troppo breve. Perché il tempo trascorso insieme fu inversamente proporzionale al sentimento che ci unì. O almeno, a quella sorta di follia amorosa che mi prese allora e che mi dura tuttora. Dopo trentacinque anni.
Un anno durò il nostro amore. Un amore fantasma, perché nessuno doveva saperne niente. Perché noi due ci eravamo innamorati in un universo parallelo, in cui esistevamo solo noi, in cui la realtà era come uno sfondo di cartone, una pantomima, un trucco cinematografico. Tanto desideravamo abbandonarci l’uno nelle braccia dell’altro che, per poterlo fare, avevamo trasportato il nostro amore su un altro pianeta, lontano da tutto e da tutti. Come due adolescenti incoscienti ed egoisti, come tutti gli amanti. Ogni tanto, però, in questi territori arrivava l’eco remota del mondo reale, con i suoi obblighi e le sue convenzioni, con i suoi doveri morali e materiali. E allora il sole si offuscava, comparivano nubi minacciose nel cielo e il nostro amore sembrava un tenero stelo indifeso, lasciato lì alla furia del vento e della pioggia. Un anno è durato il nostro amore, poi non ti ho più rivista, fino a oggi. Sono diventato vecchio e anche tu non sei più la ragazza dalla pelle morbida e calda che mi prese la mano fra la sua, toccando in quel momento il mio cuore come solo una ragazza innamorata può fare. Però sei ancora bella. Ti ricordi? Quante parole ci siamo scritti, quante ci siamo detti. Più parole che baci. Eppure le tue parole, il suono lieve della tua voce, erano per me come i baci, come le carezze. Quando eravamo lontani e dovevo rinunciare alla tua bocca e alle tue mani, avevo la compagnia delle tue parole. Il nostro amore segreto era il più grande e il più bello di tutti gli amori, proprio perché solo nostro, nascosto a tutti, inaccessibile. Chi avrebbe potuto minacciarlo, corromperlo, se nessuno poteva conoscerlo? Siamo stati bravi e forti a tenerlo nascosto, per il tempo che ci siamo riusciti, ma non è bastato... Poi tu ti facevi raggiungere dal rumore della vita reale, lasciavi che si sovrapponesse al concerto melodioso che stavamo suonando, incuranti di tutto. Dicevi: “Quanto potremo continuare così?”, e la tua voce nascondeva una pena indicibile e profonda. Perché chiedersi quanto, ti rispondevo io. Ti amavo come si ama l’acqua che ci mantiene vivi. Tu eri per me come un avvenimento unico, irripetibile, rivoluzionario, di fronte al quale tutto il resto dell’esistenza sfocava. Mi sono avvicinato a te lentamente, giorno per giorno, emozione dopo emozione. Mi hai conquistata con la tua inedita personalità. Prima ancora del tuo sorriso, mi sono innamorato dei tuoi pensieri. Quando ti ascoltavo, quando leggevo le parole che mi scrivevi e che mi stupivano e mi rapivano, mai avrei immaginato che a quell’attrazione intellettuale potesse un giorno corrispondere altrettanta attrazione fisica. E invece fu così. I tuoi pensieri, la tua mente, non erano affatto diversi dal tuo corpo e dal modo in cui tu me ne facevi dono. Mi sorprendesti con la tua unicità, con la straordinaria coerenza fra il tuo aspetto esteriore e il tuo essere interiore. E tutto questo, il fuori e il dentro di te, corrispondevano in modo estremamente preciso a una idea che albergava da sempre nella mia mente e nei miei desideri più profondi, come una chiave corrisponde a un’unica serratura. Come un viaggiatore errante che per anni cammina alla ricerca dell’altra metà di qualcosa che ha in mano e di cui non sa cosa fare, incontrandoti io credevo di avere finalmente riunito due parti di una stessa unità. E questa inattesa scoperta mi rendeva felice come non lo ero mai stato prima. Non è forse questa l’illusione dell’amore?

Per trentacinque anni non ti ho più rivista. Però si può dire che ti sono stato sempre accanto. Sapevo dove e con chi vivevi, che ti eri trasferita e che ti eri sposata. Ho saputo anche che hai avuto una figlia. Sapevo che non eravamo lontani, ti avrei potuta raggiungere, ti avrei potuto trovare, se solo avessi voluto. Ma il dolore inaudito che avevo provato quando mi ero dovuto separare da te, dal tuo corpo e dai tuoi pensieri (perderli entrambi nello stesso istante fu davvero insopportabile) mi ha sempre impedito di farlo. La sofferenza acuta è diventata col tempo un rancore sordo, la fitta iniziale una cicatrice antica che si fa sentire solo di tanto in tanto. Cosa ne è stato di tutta quella mole di sentimenti che avevo messo in moto? Dove è finita tutta quella energia che avevo in corpo? Per anni sono rimasti come sepolti sotto la lastra di ghiaccio dell’abbandono, della rinuncia, della rassegnazione. Quello che comunemente chiamiamo “cuore”, l’organo astratto con cui si ama, è rimasto da solo a sperare. E alla fine ha avuto ragione. Perché ora sei qui, Alessia, e il cuore ha ripreso a battere con l’esultanza di quei giorni lontani. Come quando, dopo un’attesa durata settimane, riuscivamo finalmente a incontrarci. Ti ricordi? Ci davamo appuntamento in una città, lontano da tutti, nel nostro universo parallelo. Prendevamo in affitto una stanza per amarci, un cielo sotto il quale baciarci, una piazza da attraversare mano nella mano. Noi due soli, sconosciuti al resto del mondo. Mi chiedo se, ora che ti ho ritrovata, sarei ancora capace di fare l’amore con te, a settantacinque anni, come lo facevo allora. La mente ne è capace, la guida il ricordo ancora vivo, dopo tanto tempo, del tuo corpo che si offriva al mio sguardo. Ti ricordi? La prima volta che tu e io abbiamo fatto l’amore, volevi che nella stanza ci fosse poca luce, mi chiedesti di chiudere ancora un poco le imposte per non lasciare filtrare la luce dorata di quel pomeriggio d’inizio estate, in quel paese affacciato sul mare dove ci eravamo rifugiati. E io mi ero alzato dal letto e avevo abbassato la tapparella, ma non del tutto perché volevo poter vedere i tuoi bellissimi occhi azzurri, la tua bella bocca umida e generosa di baci, mentre per la prima volta, come in un sogno, possedevo il tuo corpo. Era tutto semplice, facile, limpido, con te. L’amore era un gesto naturale, come un respiro, come il movimento lento del tuo seno nell’ansimare, il battito accelerato del tuo cuore dopo l’amore. Non eri mai sazia del nostro amore, mai stanca. E così io mi sfinivo nell’amarti, perché mi sembrava di non averne mai avuto abbastanza di te. Pensando ai lunghi giorni in cui avrei dovuto nutrirmi solo delle tue parole, desiderando il tuo corpo, cercavo avidamente di fare scorta di quel piacere. Ma il piacere, dovevo saperlo, non si può immagazzinare. Nei giorni seguenti ai nostri incontri, quando ritornavo da solo alla mia vita reale, mi mancavano il calore del tuo seno, la stretta delle tue gambe, la vista dei tuoi occhi, il tuo abbraccio. Perché solo stando insieme a te, nell’unione più intima, sentivo di vivere il punto più alto della mia esistenza. Era come se tutte le cellule del mio corpo comunicassero contemporaneamente al cervello la loro entusiastica approvazione per quello che stavo facendo. Ma, alla fine del nostro fare l’amore, era solo il tuo sorriso a dominare la scena. Perché tu, sfiancata e coi capelli bagnati di sudore che ti scendevano sul viso e sul collo, mi sorridevi strizzando un poco gli occhi e allora, d’un tratto, come in una illuminazione capivo perché ero venuto al mondo, e ringraziavo mia madre per avere sofferto tanto per farmi nascere, ringraziavo mio padre che da qualche parte dell’universo sconosciuto forse aveva operato perché io fossi tanto felice. Perché tu, Alessia, mio amore fino alla morte, mi sembravi talmente bella e perfetta che mi veniva di credere che il tuo arrivo nella mia vita fosse figlio di un evento soprannaturale. In te vedevo esattamente ciò che in una donna avevo sempre cercato; eppure, avrei potuto non incontrarti mai. Chi o che cosa aveva voluto che ti incontrassi? Possibile che fosse stato solo un caso? Che la pallina della roulette si fosse fermata proprio sul numero che avevo giocato? Lo dicevi anche tu, con quel tuo accento di ragazza del Sud: “Chissà, forse tuo padre, da lassù, ha voluto farti un regalo...”. E il regalo eri tu, dolce ragazza dalle linee del corpo disegnate per incantare, tu che mai alzavi la voce, mai ti arrabbiavi, tu che riuscivi sempre a capire cosa volessi. Che bizzarro disegno del destino, però, quello di incontrare una sola persona, in tutta la vita, che corrisponde perfettamente alla tua idea di amore, e perderla subito, non poter averla accanto per tutto il cammino, e ritrovarla soltanto quando la vita è quasi terminata, come una beffa o un gioco crudele.

Sono passati trentacinque anni. Mia figlia, che allora era una bambina, quella che tu non avresti mai voluto far soffrire a causa nostra, ora è una donna matura, che ha una famiglia sua. Sono sicuro che non le dispiacerebbe sapere che un giorno sono stato veramente felice con te. Come non avrebbe nulla da ridire se ti conoscesse ora, che sua madre è morta e io sono vedovo. E anche tu sei tornata a essere una donna libera. Il tuo matrimonio è finito cinque anni fa. Lo vedi, amore, abbiamo fatto due strade diverse per ritrovarci allo stesso punto; al medesimo, forse inevitabile, appuntamento con la solitudine. Avrei preferito farla insieme a te, tutta questa strada, chissà dove ci avrebbe portato. Ma aveva ragione quella poetessa quando diceva: “A volte Dio uccide gli amanti perché non vuole essere superato in amore...”. Forse si può sopprimere la possibilità, per gli amanti, di continuare ad amarsi. Non però l’amore, perché il mio per te non si è mai spento.

E il tuo? Forse non è mai stato vero amore, perché hai saputo resistergli, hai potuto rimandarlo indietro, dimenticarlo in nome di una vita “normale”, della pace con i tuoi genitori, dell’approvazione delle tue amicizie. Io ero pronto a sacrificargli tutto, a perdere tutto per guadagnare te. Mi sono sempre chiesto, in tutti questi anni, che cosa davvero provavi per me quando i tuoi occhi azzurri e intensi come gocce dell’oceano esprimevano pienamente amore, quando le tue mani accarezzavano il mio corpo senza porsi confini, quando la tua bocca pronunciava le più profonde e sentite parole d’amore. Cosa provavi veramente? È possibile essere innamorati a tempo determinato, come hai fatto tu? Oppure, è proprio in questo che si conosce il vero amore da ciò che vero amore non è. Che lo sai solo in punto di morte, quando puoi dire: l’ho amata per tutta la vita. E non solo da quando ti ho conosciuta, da molto prima, in modo inconsapevole. Desiderando con tutto me stesso quella donna che, poi, ho scoperto corrispondere a te, io ti stavo già amando tanto tempo prima di incontrarti. Ti amavo da quando sono stato concepito. Così, tu hai potuto dimenticarmi, e non mi hai più cercato. Io non ti ho mai dimenticata, e ho continuato a cercarti. Non nel mondo reale, però, dove il nostro amore non aveva mai potuto esistere, ma in quell’universo parallelo fatto di città di mare, di alberghi, di lunghe telefonate notturne, in cui ci eravamo amati.

Ora mi guardi, Alessia, mia incontenibile gioia terrena e mia infinita pena, e forse per la prima volta capisci la portata del mio amore per te. Chissà se quel giorno in cui mi dicesti: “Ti prego, non cercarmi più, o farò in modo di sparire...”, avessi potuto sapere che io avrei continuato ad amarti per trentacinque anni, che non ti avrei mai dimenticata. Se questo pensiero ti avesse illuminata, tu, di fronte all’amore integrale, ti saresti arresa e consegnata per sempre a me. E ora un dubbio mi sfiora, come non mi ha mai sfiorato in tutti questi anni, cioè se davvero tu meritassi tanto amore. Merita di essere amato chi non fugge di fronte alla vastità del sentimento dell’altro, chi non lo ripudia, chi non finge di ignorarlo. Chi lo sa comprendere. Ma tu, dolce ragazza dalle labbra sinuose, fosti sorda. Conducesti un gioco cattivo: dopo avere suscitato in me, con la sfarzosa esibizione del tuo essere, un amore sovrumano, mi lasciasti divorare da questo sentimento. Perché l’amante abbandonato è come un agnello lasciato ai lupi.
“Non era la cosa giusta, né per te né per me”, ti sentii pronunciare un giorno. È stato forse giusto, aspettarti per trentacinque anni, vivendo al fianco di un’altra donna, amandola di un amore frutto della rassegnazione e della frustrazione? È stato forse giusto che tu non abbia vissuto accanto all’uomo che ti ha amato più di qualsiasi altro a questo mondo? Più di tuo marito. Che inutile spreco di sentimenti, in un mondo di persone che non si amano! Come buttare via il cibo mentre c’è chi muore di fame.
Ma ora non parliamo più, Alessia, mio destino mancato. Vieni accanto a me, stringimi forte, non lasciarmi mai più. Se non è mi è stato dato di vivere con te, voglio almeno morire con te.

sabato 9 marzo 2019

I figli di Berlusconi


Perché senza di lui forse non ci sarebbe il Movimento 5 Stelle 
(e il PD sarebbe ancora un partito di Sinistra)

"Tutti abbiamo letto Marx, c'è chi l'ha letto e chi l'ha capito. Chi l’ha letto è diventato comunista e chi l'ha capito è diventato liberale”.
Silvio Berlusconi, 2006

Partiamo da questa eloquente frase pronunciata, pare, riferendosi a Fausto Bertinotti citando Ronald Reagan. Di certo Berlusconi aveva capito che Marx addita al mondo come criminale approfittatore chi si arricchisce sul lavoro di altri esseri umani, come fa qualsiasi imprenditore (con l’esclusione di quei pochi che non si arricchiscono, e non è certo il suo caso).  
Nel 1922, gli industriali e la borghesia agraria d’Italia mandarono al governo Benito Mussolini per scongiurare quello che consideravano il pericolo di una rivoluzione socialista o comunista, salvo pentirsene un ventennio dopo quando il paese era ridotto a un cumulo di macerie. Nel 1994, uno dei maggiori imprenditori italiani, imparata la lezione, decise che era meglio non fidarsi di nessuno e “scese in campo” personalmente in questa rinnovata battaglia.
Dal 2005 Berlusconi ha intensificato la propria, si direbbe quasi personale, crociata contro il comunismo e tutto ciò che gli somigli anche lontanamente. Per convincere gli italiani a votarlo annuncia scenari apocalittici: “Se la sinistra andasse al governo il risultato sarebbe miseria, terrore e morte, come accade in tutti i posti dove governa il comunismo”.
In realtà, nell'anno domini 2005 i “posti” dove governa il comunismo sono rimasti davvero pochi. Uno è la Cina, che sta conoscendo una crescita economica senza pari al mondo. In realtà, agitando lo spettro del comunismo, Berlusconi (e con lui i suoi astuti seguaci, gente come Umberto Bossi o Ignazio La Russa) vuole nascondere la progressiva e inarrestabile avanzata del capitalismo in tutto il mondo, che lui si guarda bene dal chiamare con il giusto nome ma che confonde ad arte con il termine “democrazia”. Sempre nel 2005, per screditare ulteriormente, e bugiardamente, gli avversari politici pronuncia ancora: “Non credo che gli elettori siano così stupidi da affidarsi a gente come D'Alema e Fassino, a chi ha una complicità morale con chi ha fatto i più gravi crimini come il compagno Pol Pot”. Complicità morale, uno come Fassino.
Dunque, i nemici, più che avversari, di Silvio Berlusconi sono persone come D’Alema, Fassino, Bertinotti, da lui paragonati a dittatori ripudiati dalla Storia. Esponenti politici fin troppo moderati, invece, secondo il giudizio di chi, tra gli elettori, il comunismo lo vorrebbe vedere davvero messo in pratica.

Mentre la realtà di quegli anni (e degli attuali) mostra come il vero cancro del pianeta sia il capitalismo, che assoggetta alla legge del profitto gli uomini e l’ambiente, Berlusconi concentra tutta la sua opera di persuasione mediatica nel convincere la sua platea che il cancro sia il comunismo, ridotto al lumicino dopo la fine dell'impero sovietico. E proprio come una malattia tumorale lo affronta, con una sorta di chemioterapia politica che non deve lasciare alcuna cellula in circolazione. La sua aperta ammirazione per gli Stati Uniti e i suoi presidenti repubblicani lo porta ad assumere toni da “caccia alle streghe” anni Cinquanta.
L’operazione gli riesce così bene (complici anche i molti errori della Sinistra italiana) che il partito che un tempo si chiamava Comunista, e che dopo vari cambiamenti di nome e di simbolo ora si chiama Democratico, aliena del tutto le sue radici e arriva a nominare segretario (per quali vie resta ancora un mistero per me) un “democratico anticomunista” come Matteo Renzi (“Ha fatto fuori più comunisti lui in due mesi che io in venti anni”, dichiara soddisfatto nel 2014). Non solo. La pulizia berlusconiana riesce anche a fare il vuoto a sinistra del Partito Democratico, instillando nell’opinione pubblica (e probabilmente anche in molti politici) l’idea che qualsiasi programma contenga anche solo pochi cenni al marxismo o al socialismo sia da considerarsi antiquato e nocivo. Il capolavoro di Berlusconi sta nell'associare l’idea di modernità e benessere all’economia capitalista. A sinistra del Pd non cresce più nulla, proprio come l’erba dopo il passaggio di Attila, lasciando nel limbo dell’astensionismo milioni di ex elettori comunisti e simpatizzanti della sinistra estrema, che non trovano più un riferimento nel quadro politico.

Un capolavoro a metà, però, perché oltre a combattere una personale crociata contro le idee marxiste - che se applicate gli avrebbero impedito di costruire il suo impero economico e di condurre un’esistenza tutta segnata dall’uso del potere del denaro per ottenere qualsiasi cosa, dalle donne alla fama, dalle soddisfazioni politiche a quelle calcistiche, fino ai giudizi comprati - Berlusconi è convinto di potersi avvantaggiare elettoralmente del definitivo e radicale annientamento dei soggetti politici che si rifanno in qualche maniera al comunismo. Non sa, invece, che sta aprendo la strada a un nuovo movimento politico, che non a caso nasce dichiarando di “non essere né di destra né di sinistra”. Non è di destra perché non ne ha i connotati tipici. Non è di sinistra perché, dopo Berlusconi, la Sinistra non è più di moda, è diventata quasi un insulto. È diventato un insulto la parola “comunista”, per cui i partiti di Sinistra si liberano completamente di tale attributo.
Il Movimento 5 Stelle ha fra i suoi capisaldi temi che sono stati a lungo appannaggio della Sinistra (prima della “cura” Berlusconi”), come il reddito di cittadinanza (ovvero sostegno ai disoccupati e ai poveri, il primo a proporlo fu Mario Capanna, leader del ’68, poi anche Giovanni Russo Spena di Democrazia Proletaria), l’acqua pubblica e, più di recente, il no alla Tav. Raccoglie quindi anche i voti di quanti un tempo votavano a Sinistra e ora non si riconoscono più nel Partito Democratico, divenuto a tutti gli effetti un partito di centro (ma, occorre ricordarlo, una volta il centro era costituito dalla Democrazia Cristiana di cui il Partito Comunista era il più acerrimo avversario, quindi come può chi è rimasto fedele agli ideali di Berlinguer e compagni ritrovarsi nelle parole e nelle idee di Renzi e Calenda? Pensiamo all’abolizione dell’art 18, tanto per citare un esempio).Gli ideali di Berlinguer non si trovano neanche nel Movimento 5 Stelle, direte, sì ma almeno gli ex elettori di Sinistra ci trovano delle idee che condividono, e in questi tempi di "decomunistizzazione" della politica è grasso che cola.


Ecco perché senza Berlusconi e la sua strenua e lunga campagna contro il comunismo e la classe dirigente erede del vecchio Pci, forse il Movimento 5 Stelle non sarebbe mai nato, oppure oggi avrebbe percentuali a una cifra. Ed ecco perché, oggi, il vecchio ma non ancora pago Berlusconi teme molto di più il Movimento 5 Stelle del Pd, che sa ormai addomesticato alla sua dottrina e incapace di nuocergli come un tempo (“Se vincerà Grillo non posso immaginare cosa succederà, si tratta di una presenza inquietante, potranno succedere dei disordini inquietanti. Grillo non fa più ridere, fa e deve fare paura. I regimi autoritari sono nati nelle stesse condizioni economiche dell'Italia di oggi”). Non potendo più parlare di comunismo, ora evoca il rischio di regimi autoritari.
Negli ultimi decenni, tanti sono stati gli errori della Sinistra italiana, ma il più grande, l’errore esiziale è stato quello di consentire a Berlusconi di poter condurre la sua mastodontica opera mediatica di screditamento del comunismo e del socialismo, non ricorrendo a qualsiasi mezzo per metterlo a tacere.
Sento oggi ragazzi dire “io non sono razzista”, “io non sono contro gli immigrati”, “io vorrei vivere in un paese dove i giovani siano valorizzati e abbiano tutti un lavoro”, “io vorrei non dover emigrare all’estero per lavorare”, “io vorrei non essere sfruttato, sottopagato, precarizzato”, ma poi anche “io non sono di sinistra; destra e sinistra sono concetti superati”.
Certo, tolto il marxismo la sinistra è irriconoscibile dalla destra moderata.

Ecco, questi giovani - e anche tu che mi leggi e pensi le stesse cose - non sanno che sono tutti figli di Berlusconi.

mercoledì 6 marzo 2019

Apologhetto in una giornata di febbre


Immagina un paese, una nazione, come se fosse una persona, un corpo. Gli abitanti del paese rappresentano l’altezza e il Pil il peso, la massa corporea. Ora prendi l’Italia. Appena nata (1861) era un corpo piccolo, un corpo di bambino, ma con gli anni questo corpo, questo paese, è cresciuto. È cresciuto in altezza, cioè nel numero di abitanti, ed è cresciuto ancora di più in peso, cioè per quanto riguarda il Pil. Esattamente, gli abitanti sono quasi triplicati, mentre il Pil è aumentato di dodici volte. Non si può dire quindi che questo paese, questo corpo stando alla similitudine, non sia cresciuto, non si sia fatto adulto. Ma è un corpo sgraziato, poiché il peso, cioè il Pil, non si è distribuito uniformemente per l’altezza ma si è accumulato eccessivamente in alcuni punti. Giacché se si considera nel complesso il numero di abitanti e il Pil, il dato potrebbe apparire congruo, ma se si guarda il corpo di questa persona che è l’Italia si vede una forma poco gradevole. Antiestetica, si direbbe. Come corpo, infatti, l’Italia somiglia a quelle donne che accumulano troppo adipe sui fianchi, sui glutei e sulle cosce, o a quegli uomini il cui tronco è tutto pancia, con gambe filiformi. Ad una persona così consiglieresti di aumentare ancora di peso, ovvero secondo la nostra metafora, di perseguire a tutti i costi un ulteriore aumento del Pil? È vero, questo corpo ha gli arti, gambe e braccia, gracili, quasi sproporzionate rispetto ad altri punti: ma è facendolo ingrassare che otterremmo il risultato di un corpo più armonico e più sano?

L’epilogo di questo apologhetto è che a paesi come l’Italia, che sono cresciuti abbastanza negli ultimi decenni, non serve crescere ancora per soddisfare i bisogni di chi è rimasto fuori dal benessere (le membra gracili), anche perché crescere all’infinito non è nella natura delle cose, il nostro corpo smette di crescere a un certo punto dello sviluppo. Serve drenare l’abbondanza che si è accumulata in alcuni punti, snellendoli e rendendo al contempo più robuste altre parti del corpo. Da goffo e malsano, questo corpo si trasformi in armonioso e scattante, proporzionato e uniformemente sviluppato. Il fisico che ci vuole per compiere grandi imprese.